Un viaggio nell’infinitamente piccolo…

“… Io devo salvarlo. Perché questo penso,
ognuno è importante, sia piccolo sia immenso.”
Ortone

Ortone e il mondo dei Chi
Regia: Jimmy Hayward e Steve Martino
Distribuzione: Fox

Il mammifero più grande delle terre emerse e gli esserini presenti a migliaia in un granello di polvere, magari distinguibili al microscopio, costituiscono i vertici estremi della vita animale, entrambi utili e necessari nella determinazione della biodiversità, entrambi meritevoli di attenzione e rispetto da parte delle altre creature che abitano la biosfera, e in particolare da parte dell’uomo a cui è rivolta questa gradevole parabola animata in CGI prodotta dagli Blue Sky Studios (L’era glaciale, Robots) e realizzata da Jimmy Hayward e Steve Martino, già coinvolti a vario titolo in Robots e nelle avventure della Pixar.

Il film Ortone e il mondo dei Chi è tratto da Ortone e i piccoli Chi!, uno dei più amati e garbati libri - distribuito in Italia da Giunti Junior - di Theodor Seuss Geisel (1904-1991), scrittore e illustratore per l’infanzia assai popolare negli USA dove è meglio conosciuto con lo pseudonimo di “Dr. Seuss”. Delle sue opere, una quarantina, ha venduto almeno 300 milioni di copie in tutto il mondo, e le sue storielle rimate e divertenti gli hanno procurato addirittura l’ambitissimo Premio Pulitzer nel 1984, perché affrontano con delicatezza e umorismo, e per mezzo dei suoi personaggi fantastici, temi importanti e attuali della società contemporanea.

Come quello dell’adozione e della fedeltà alla parola data, l’inquinamento ambientale e la folle corsa agli armamenti, oppure, come nel lungometraggio in esame, la tutela delle minoranze e dei loro diritti. Paladino di queste ragioni è Ortone, elefante “dal cor gentile” che si aggira nella giungla di Nool osservando con estrema sensibilità e immaginazione lo spettacolo della natura, o godendo della calura della bella stagione e del fresco di un’immersione in acqua. Un giorno, incuriosito dalla flebile richiesta di aiuto proveniente da un “chicco” di polvere sospeso in aria scopre l’esistenza di “un micromondo” con il quale stabilirà un difficoltoso contatto audio.

Il granello in questione ospita la Città dei Chi non So, abitata dai microscopici e pelosetti Chi e governata dal Sinda-Chi. La vita in miniatura in quella cittadina scorre lenta e sonnacchiosa come dappertutto quando si affacciano i primi caldi: chi va a zonzo tra gli edifici e i prati con la calzino-mobile, un’auto con quattro gambe che cammina su dei calzini, chi si svaga con una partita a tennis giocata su un campo a diversi piani, raggiungibili con delle scalinate, chi si sposta con una fionda gigante, o si abbandona alla comoda letto-mobile che fa risparmiare una camminata al mattino: con essa si può leggere un libro durante il percorso verso il lavoro o recuperare un po’ di sonno...

Insomma, Chi non So è un luogo di strane diavolerie che fortunatamente solo pochissimi possono apprezzare. Ortone si è fatto un’idea e ha deciso di proteggere con tutto se stesso quell’entità minuscola collocandola su un fiore di trifoglio e tenendo lo stelo con la sua proboscide. Ma gli abitanti della foresta che sulle prime giudicano il pachiderma un po’ matto prendono a indispettirsi e Kangaroo, leader di Nool, la quale sostiene che “se qualcosa non è visibile, allora non esiste”, inizia ad osteggiarlo. Ortone è deciso a difendere quegli esseri invisibili, ma un gruppo di scimmie gli sottrae il fiore e l’affida a Vlad, la perfida aquila nera dall’accento russo.

Ortone insegue il volatile faticosamente per monti e valli, ma il malvagio rapace ha gettato il fiore in un campo di 500 milioni di trifogli altrettanto fioriti che si estendono a perdita d’occhio: è come cercare un ago in un pagliaio. O peggio. Ortone è disperato. Riuscirà a ritrovare la particella e i suoi piccoli abitanti? Avranno subito danni gravi i suoi nuovi amici? E come convincerà gli animali della giungla dell’esistenza di quei particolari esserini? Grandi e piccini che accorreranno in sala a partire dal prossimo 18 aprile avranno le risposte. E possiamo garantire che anche gli adulti troveranno svariati motivi di divertimento.

A cominciare proprio dal disegno dei personaggi, fedelissimo a quello del Dr. Seuss (date uno sguardo ai graziosi volumetti in libreria), che richiama la grafica degli anni Cinquanta (la favoletta è stata pubblicata nel 1954 negli USA), per arrivare all’animazione digitale che non intacca minimamente quell’atmosfera di “storiella dei vecchi tempi”. Ma la carta vincente di questo cartone, più ancora del mondo infinitesimale dei Chi, è il nostro eroico plantigrado proboscidato Ortone la cui voce è prestata da un ispirato Christian De Sica. Nella versione originale il doppiaggio di Ortone non poteva che toccare a Jim Carrey, visti anche i suoi trascorsi come Ace Ventura.

Per la versione italiana la Fox ha chiamato Veronica Pivetti a interpretare la perfida Kangaroo e Paolo Conticini per Sinda-Chi della città di Chi-non-so, rispettivamente Carol Burnett e Steve Carell per l’edizione anglosassone. Un variopinto contorno di personaggi stravaganti vivacizza un’avventura che gravita intorno al generoso elefante, tenuto ancor più in considerazione dai piccoli spettatori per il suo codice morale che mette al primo posto la fedeltà alla parola data. Chi ha avuto un figlio conosce i guai che si incorrono a dimenticare o a non onorare una promessa fatta. I bambini hanno in comune soprattutto una cosa con i pachidermi: la memoria.

E sicuramente tra le “chicche” memorabili, ricorderanno a lungo la sequenza dell’elefantone che attraversa un fragile ponte di legno sospeso nel vuoto sulle note del valzer di Johann Strauss Jr. Sul Bel Danubio Blu, motivo già consegnato alla storia del cinema da 2001: odissea nello spazio. Se in questa scena già presentata nei trailer Ortone rischia seriamente di sfracellarsi sul fondo dell’abisso, lo sfracello più importante il simpatico eroe l’ha già effettuato al box office americano totalizzando più di 45 milioni di dollari nel weekend di metà marzo in 4000 sale, entrando nella lista dei 10 migliori incassi del 2008 dopo solo 3 giorni di programmazione.

Ortone e il mondo dei Chi merita questo successo. Il protagonista è un simbolo di onestà, e non abbandonerà mai i piccoli Chi finché non avrà trovato loro un luogo tranquillo dove installarsi perché “una persona è sempre una persona, non importa quanto sia piccola”. E ancora, rivolgendosi ai suoi scettici amici animali, così li arringa: “Se voi foste nello spazio e guardaste dove vivete, anche noi sembreremmo un granello di polvere!”. Gli inviti alla saggezza e alla riflessione non mancano certo a un film che cattura l’attenzione con il ritmo dei colpi di scena, con la modernità dei testi oscillanti tra filosofia ecologista e intelligenti nonsense, e con la surreale rappresentazione di un mondo assurdo e fantastico, speculare alla nostra concitata realtà...

CLAUDIO LUGI


Noi stiamo con gli elefanti

“Un elefante ha, di norma, due zanne. Anche la mente propone spesso due alternative: quella buona e quella cattiva, l’eccellente e l’espediente, il fatto e la fantasia che la porta fuori strada...”
Sathya Sai Baba

La stabilità e la potenza. La pazienza e la memoria. La longevità e la fedeltà coniugale. Il senso della famiglia e della pace. Sono solo alcuni dei valori positivi legati alla simbologia dell’elefante. In India questa figura è associata al popolarissimo culto di Ganesh, rappresentato con quattro braccia e una zanna spezzata, e indica la ricchezza collegata alla fertilità e quindi alla pioggia. Ecco perché le feste in suo onore si svolgono a ridosso del monsone estivo, tra agosto e settembre. Alla cura e alla protezione di Ganesh sono sottoposti i giovani, e in generale i figli, anche per questo l’elefantino è tanto caro ai bambini.

In Occidente la simpatia nei confronti di questo mammifero arcaico e regale, esotico e possente, è altrettanto viva sebbene rinfocolata dalle reminiscenze di storia romana (la spedizione di Pirro nella guerra tarantina e il passaggio delle truppe di Annibale attraverso i valichi alpini innevati) e dagli spettacoli circensi. Anche da noi, però, sono principalmente i bambini a nutrire un affetto spontaneo e sincero nei confronti del rugoso pachiderma, per via degli adorabili peluche, per merito delle recenti campagne di sensibilizzazione del WWF, e specialmente, grazie al cinema di animazione.

Il riferimento a Dumbo (1941) di Ben Sharpsteen è inevitabile. Il protagonista del classico Disney, l’elefantino Jumbo Jr. detto Dumbo (dall’inglese dumb, stupido ma anche muto), impiegato in un circo itinerante, viene deriso e umiliato da tutti per le sue enormi orecchie, ma grazie all’unico e inaspettato amico, il topo Timothy, il cucciolo d’elefante le utilizzerà per volare: diventerà l’attrazione principale dello spettacolo. Realizzata in economia, questa toccante favola sulla diversità si lascia apprezzare per le musiche - premiate con l’Oscar - per la fantastica scena degli elefantini rosa che compaiono nel sogno alcolico di Dumbo, e per il commovente distacco dall’elefantessa madre, finita dietro le sbarre per difenderlo da un’aggressione.

Anche ne Il libro della giungla (1967) di Wolfgang Reitherman, ispirato ai racconti di Rudyard Kipling, uscito a circa un anno dalla morte di Walt Disney, troviamo una simpatica scenetta con il Colonnello Hathi, un elefante burbero ma bonario che guida il suo branco come un plotone militare, con discutibile successo vista la maldestra disattenzione della “truppa”, le rimostranze della moglie Guendalina e l’ulteriore distrazione fornita da Mowgli, “il cucciolo d’uomo” amichevolmente avvicinatosi al piccolino del gruppo di pachidermi.

Più adatti a un pubblico infantile per la semplicità delle storie e il ricorso a disegni e colori delicati le favole animate Winnie the Pooh e gli Efelanti (2005) di Frank Nissen e Babar - Il re degli elefanti (1998) di Raymond Jafelice. Nel primo cartone, che indica nella conoscenza e nella tolleranza le soluzioni necessarie al superamento delle paure e dei pregiudizi nei confronti del “diverso”, la comunità di Winnie, Tigro, Tappo e gli altri è turbata dall’arrivo dei misteriosi Efelanti. Il secondo, una produzione francese che incanta con un disegno e una vicenda pregna di nostalgia e gusto “vintage”, propone uno svolgimento fiabesco e anticonformista dal momento che Babar, reso orfano dai cacciatori, adottato da una vecchia signora ed educato in una metropoli, una volta tornato nella giungla esalta con estrema grazia i vantaggi della civiltà urbana in contrapposizione alla Natura selvaggia.

Degna di segnalazione, inoltre, la serata dedicata agli elefanti nell’ambito dell’ottava edizione del VIEW 2007, l’osservatorio sul futuro digitale svoltasi a Torino dal 6 al 9 novembre 2007, durante la quale sono stati proiettati in anteprima due lungometraggi d’animazione in 3D con protagonisti i simpatici animali proboscidati. Khan Kluay, Courage comes from the heart (2006) di Kompin Kemgumnird, primo cartone digitale interamente realizzato in Thailandia, è un racconto di formazione vagamente disneyano che spande dosi generose di buoni sentimenti. Nel Siam del 1500 un giovane elefante fugge dal controllo materno per ricongiungersi al padre, un coraggioso elefante guerriero che non ha mai conosciuto, finendo per combattere valorosamente contribuendo alla vittoria dell’esercito degli uomini del Re Nasueran.

Di tutt’altro segno il cult - di cui sentiremo presto parlare anche in Italia - Free Jimmy (2006) di Christopher Nielsen, una commedia animata irriverente e “politicamente scorretta”, dalla grafica ricercatamente trasandata e dark, e di certo sconsigliato ai bambini. Il lungometraggio narra le avventure di Jimmy, un elefante da circo “tossico” i cui destini si intrecciano con quelli di una banda di gangster e di uno strano gruppo di vegani animalisti che l’inseguono fin nella tundra lappone per carpirgli un segreto, in un susseguirsi di nevrotiche e divertenti peripezie all’insegna del nichilismo e legate ad alcool e droga.

Nonostante la storica difficoltà di girare scene reali con elefanti, oggi superata con il massiccio utilizzo degli straordinari effetti visivi, come è dimostrato dalla impressionante sequenza della carica dei mammut sul terrapieno di una piramide in costruzione nel recentissimo 10.000 A. C. di Roland Emmerich, anche il cinema live-action si è spesso avvalso, soprattutto nel filone esotico e mitologico, dei possenti plantigradi, presenze costanti anche nei numerosi episodi di Tarzan, impegnato a contrastare i bracconieri, come avviene in Tarzan e i cacciatori d’avorio (1953), con Lex Barker nel ruolo dell’adamitico eroe della giungla; oppure a proteggere “il cimitero degli elefanti” dalla profanazione di bande di avventurieri senza scrupoli nel pregiato Tarzan e la compagna (1934), con l’olimpionico Johnny Weissmuller a interpretare il mitico “uomo scimmia”.

In queste avventure talvolta ingenue solitamente lo spettacolare soccorso degli elefanti costituiva il fatidico “arrivo dei nostri”. Si trattava, però, di sequenze sorprendenti, ma riciclate, derivate dalla celeberrima carica dei trecento elefanti che distruggono un villaggio in Chang: la giungla misteriosa (1927), un film muto diretto da Ernest B. Schoedsack e Merian C. Cooper (gli autori del primo, inimitabile King Kong) e girato nelle foreste del Siam.

Se viaggiamo a ritroso nella storia della settima arte la macchina del tempo si ferma a Hollywood, dove uno degli ideatori della sintassi del cinema, David Wark Griffith sta girando il suo capolavoro, Intolerance (1916), assillato dalla scenografia dell’episodio che titolerà La caduta di Babilonia, che desidera grandiosa quanto quella di Cabiria (1914) di Pastrone, prototipo italiano del kolossal. Settant’anni più tardi, i fratelli Taviani in Good Morning Babilonia (1987) narrano dell’urgenza di arricchire le scene del racconto mitologico e della genialità di due artigiani del restauro emigrati dall’Italia che forniranno la massima soddisfazione al delirio di Griffith realizzando dei giganteschi elefanti bianchi in posizione eretta sui basamenti che delimitano l’ingresso della città di cartapesta.

Un altro memorabile caposaldo del genere avventuroso, che coniuga l’azione romanzesca con il documentarismo, è costituito da La danza degli elefanti (1937) di Robert J. Flaherty e Zoltan Korda. Il film, in bianco e nero, tratto dal racconto di Kipling Toomai degli elefanti, è la storia di un ragazzino (il giovanissimo attore indiano Sabu), guidatore di elefanti, che partecipando a una spedizione nella giungla per la cattura di esemplari selvaggi assiste a un evento notturno straordinario: la danza di quei mammiferi in libertà.

La filmografia dedicata ai pachidermi comprende ancora molti titoli tra i quali citiamo le fiacche produzioni Disney Sulle orme del vento (1993), con una giovanissima Reese Witherspoon, contro il massacro degli elefanti e Quando Gli Elefanti Volavano (1996), la storiella ambientata durante la guerra del Vietnam, dell’arduo recupero di un elefante per una festa rituale. Più conosciuto La pista degli elefanti (1954), con Liz Taylor, melodrammone esotico ambientato a Ceylon e segnato da diversi eventi di proverbiale sfortuna, ma nobilitato da una spettacolare carica degli elefanti, e infine, Le radici del cielo (1958), la storia di uomo bianco che in Ciad (Africa centrale) lotta strenuamente per fermare l’uccisione dei pachidermi. È da ricordare come uno dei film meno riusciti di John Huston nonostante un cast straordinario (Trevor Howard, Errol Flynn, Juliette Gréco e Orson Welles).

Esclusi da questa rassegna gli struggenti The Elephant man (1980) di David Lynch ed Elephant (2003) di Gus Van Zant per evidente prevalenza di analogie linguistiche più che tematiche, c’è spazio anche per il documentario Circo Togni. Home movies costituito dalla raccolta di vecchi filmati in diversi formati recentemente recuperati e restaurati che ritraggono le gesta circensi della famiglia Togni dagli anni ‘40 ai ’70, e per la commedia all’italiana. Buongiorno, elefante! (1952) di Gianni Franciolini è un bozzetto tipico del dopoguerra, in cui una famiglia romana versa in difficoltà economiche a causa della modesta retribuzione del capofamiglia, un maestro elementare impersonato da Vittorio De Sica.

L’incontro con una specie di maharaja indiano (Sabu), al quale fornirà involontariamente il servizio di cicerone per le vie del centro di Roma, gli procurerà una lauta ricompensa che eviterà lo sfratto e consentirà il saldo dei debiti accumulati con i vari fornitori. Non solo, il principino, tornato in patria gli invierà in dono un elefantino di pochi mesi. Ma quando l’animale verrà trasportato nell’appartamento, sito al quarto piano di un popoloso edificio, si scatenerà la bagarre: le proteste e gli sfottò coloriti dei condomini in contrasto con l’ingenuità del maestro costituiranno il terreno fertile per una divertente situazione comica. Epilogo: il pachiderma sarà acquistato dallo zoo di Roma e la famiglia in questione ripianerà i propri conti, in attesa che venga finalmente siglato un contratto soddisfacente per gli insegnanti…

CLAUDIO LUGI